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L'Acquedotto dell'Acqua Vergine da Salone a Roma

L’acqua Vergine, l’unico acquedotto romano ancora in funzione, nasce nell’Agro di Salone, località a pochi chilometri da Roma, sulla via Collatina. Deve la sua straordinaria longevità al fatto d’essere quasi interamente sotterraneo, quindi sufficientemente al riparo dalle ingiurie del tempo e degli uomini. A Salone, al chilometro 10,5 della Collatina, c’è ancora una torre medioevale a guardia delle sorgenti e soprattutto un bel palazzetto rinascimentale. Fu fatto costruire dal cardinal Agostino Trivulzio nel 1525, e concorsero ad adornarlo con affreschi di grande eleganza artisti toscani, come Baldassarre Peruzzi. Concepito come diporto per la caccia in una zona, sulla destra del fiume Aniene, che doveva essere particolarmente ricca di selvaggina, Salone, prima villa dell’Agro romano, fu una residenza davvero sfortunata se appena due anni dopo, nel 1527, venne saccheggiata dai Lanzicanecchi per poi decadere a rustico casale.
Dopo Salone l’acquedotto, il cui passaggio è segnalato da due epigrafi latine, una di papa Pio VI del 1788, l’altra di Benedetto XIV del 1753, si avvicina a Roma, costeggiando la via Collatina antica scendendo pian piano a pelo libero, al pari degli altri condotti. Le lapidi ricordano i restauri effettuati da quei Papi all’acquedotto, che fu sempre tenuto in grande considerazione, almeno in epoca pontificia, non ora. L’acqua Vergine, un tempo rinomata per la sua leggerezza (a differenza dell’acqua Marcia, alquanto calcarea) purtroppo compromessa da un’edilizia dissennata proprio nella zona delle sorgenti, non è più potabile ed è retrocessa ad acqua per accendere le fontane monumentali di Roma, come quella di piazza di Spagna e di piazza Navona.
Arrivato nei pressi dell’Urbe infatti, l’acqua Vergine costeggia l’Aniene, facendo una curva (c’è un’epigrafe a via Pietralata) poi punta sui Parioli e su villa Borghese, da dove scende definitivamente nel centro, passando per la fontana della Barcaccia a piazza di Spagna e andando per la via dei Condotti, che ne trae il nome. Chi passa per via del Nazzareno, una traversa del Tritone, lo vede affiorare con le sue arcate poderose sotto un palazzo, prima di arrivare nella vicina fontana di Trevi, dove ha la sua mostra monumentale.
Perfino un vecchio acquedotto come questo ebbe il suo quarto d’ora di gloria.
Siamo in piena guerra gotica, nell’ultima fase del più lungo assedio che Roma abbia mai subito…Da una parte ci sono i Goti guidati dal loro re, Vitige, dall’altra, a difendere Roma, i Bizantini, guidati dal generale Belisario. Era passato un intero anno e l’assedio proseguiva stancamente, ma un’ultima carta fu giocata, per prendere la città: gli acquedotti erano stati tutti tagliati dai barbari, tranne uno, quello dell’acqua Vergine che, essendo sotterraneo, si era salvato. Nottetempo Vitige inviò degli esploratori in quel condotto ed effettivamente quelli erano quasi riusciti ad entrare all’interno delle mura, quando qualcuno delle sentinelle avvistò una torcia, scambiandola per gli occhi di un lupo e i Goti dovettero ritirarsi precipitosamente per non essere scoperti. Il giorno dopo si diffuse la voce che una sentinella aveva avvistato un lupo nello speco dell’acquedotto. Non sfuggì allo scaltro Belisario questo particolare e prontamente inviò le guardie a ispezionare il condotto. Presto furono trovate le tracce di sego delle candele lasciate dai nemici e il passaggio venne subito sbarrato. Fallito così anche questo tentativo, i goti, dopo un anno e nove giorni d’assedio, si ritirarono. Era la fine di Marzo 538.

di Luigi Cherubini

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